La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche istituzioni culturali italiane. Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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Fondazione Querini Stampalia
Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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«Tutti mi avevano detto che era un grand’uomo, e infatti lo è, e io mi sento veramente amico suo. È molto vecchio, ma certo è ancora il miglior pittore di tutti». Queste le parole di Albrecht Dürer su quel maestro e patriarca di tutta la pittura veneziana che è stato Giovanni Bellini.
La Fondazione Querini Stampalia ne conserva uno dei massimi capolavori, la Presentazione di Gesù al Tempio, un segno della devozione della famiglia Querini, forse gelosamente custodito in camera da letto o nella cappella privata, come era consuetudine nelle nobili dimore veneziane.
L’opera ritrae il momento saliente dell’episodio evangelico, la scena in cui Giuseppe osserva il passaggio del Bambin Gesù in fasce dalle braccia della Madre alle mani del sommo sacerdote Simeone nel tempio di Gerusalemme. “Quando venne il tempo della purificazione secondo la Legge di Mosé, portarono il Bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, come è scritto nella Legge… Ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore… Ora a Gerusalemme c’era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio… Mosso dunque dallo Spirito, si recò al Tempio; e mentre i genitori vi portavano il Bambino Gesù per adempiere la Legge, lo prese tra le braccia e benedisse Dio.”
(Vangelo di Luca, 2, 22-35)
Giovanni Bellini ambienta il racconto in uno spazio architettonico essenziale e rigoroso, che accentua la solennità del gesto e la sacralità dell’azione.
Vi si legge la poetica del Maestro; il colore, intriso di una morbida luce naturale, si distende sempre più libero dal disegno, diventando strumento principale per costruire forme, suscitare emozioni e creare profondità. La narrazione è affidata all’intensità degli sguardi e alla solennità dei loro gesti.
Giovanni Bellini riprende una ventina di anni più tardi, l’opera omonima di Andrea Mantegna, conservata a Berlino, nello sfondo nero e nei personaggi a mezzo busto. Il mondo dell’artista veneziano è meno solenne e archeologico di quello del Mantegna, è un mondo pieno di umanità e di dolcezza nella resa cromatica. Giovanni addolcisce i tratti, semplifica le vesti di Maria e di Simeone, trasforma la finta cornice marmorea in un parapetto che separa lo spazio reale da quello dipinto. Inserisce, inoltre, due personaggi ai lati dell’opera. Fino ad allora la Presentazione di Gesù al Tempio si ambientava in una chiesa, con i personaggi e figura intera. Giovanni Bellini è, insieme al cognato Andrea Mantegna, tra i primi a realizzare la scena a mezza figura su uno sfondo scuro, di cui contiene la solennità insistendo sulla sensibilità e sull’umanità dei personaggi, colti nella loro quotidianità.
Alcuni dettagli della Presentazione di Gesù al Tempio richiamano due temi fondamentali del ciclo della vita. La nascita è simboleggiata dalle fasce del Bambino Gesù, secondo l’usanza del tempo di avvolgere i neonati per evitare o limitare le malformazioni delle ossa. Le bende del Bambino ricordano anche la morte, richiamando il sudario dei defunti e di Cristo in particolare.
La tavola è probabilmente un ritratto di famiglia, con Giovanni e la moglie Ginevra, la matrigna Anna, il padre Jacopo e il fratello Gentile o, secondo altri studiosi, il cognato Mantegna. Le carnagioni delicate e pallide, i panneggi morbidi e la luce dorata che accarezza i volti esprimono un senso di armonia e spiritualità che solo il Bellini riesce a rendere così intensamente.
La complessa storia critica e attributiva della Presentazione di Gesù al Tempio è influenzata dai restauri ottocenteschi che ha subito. Gli interventi di tale epoca non avevano i caratteri di scientificità e reversibilità di oggi. Il restauratore, artista lui stesso, si sentiva autorizzato a intervenire sull’opera, “a migliorarla”, come si legge nei documenti conservati presso l’Accademia di Belle Arti di Venezia.
Il dipinto dovrebbe essere stato oggetto del restauro di Placido Fabris o del fratello Paolo, pittore e professore di restauro proprio dell’Accademia, assiduo frequentatore del Palazzo negli anni successivi la morte di Giovanni Querini. A questo restauro e ad altri interventi realizzati tra la seconda metà dell’Ottocento e la prima metà del Novecento si devono attribuire le pesanti ridipinture notate dal restauratore Mauro Pelliccioli nel 1946 e successivamente da lui asportate per la maggior parte, lasciandole inalterate solo là dove si erano ormai storicizzate.
La biografia di Giovanni Bellini
Ricostruire con precisione la vita di Giovanni Bellini presenta ancora oggi alcune difficoltà. Non si conosce l’esatta data di nascita, che si colloca tra il 1438 e il 1440, né il nome della madre; il padre, Jacopo Bellini, è un pittore rinomato e figura centrale nella scena artistica veneziana. Giovanni si forma presso la bottega paterna insieme al fratello maggiore Gentile, apprendendo uno stile ancora legato alla tradizione tardogotica e bizantina, che poi si evolve radicalmente.
Già nella tarda adolescenza, Bellini collabora con la famiglia alla realizzazione della Pala di San Giovanni Evangelista per la chiesa della Carità a Venezia (1468-1471), oggi perduta, tranne per la predella. Un’opera che segna la transizione verso la sua autonomia artistica.
Negli anni Settanta del Quattrocento, Giovanni inizia a distinguersi per la sensibilità pittorica e l’attenzione all’umanità dei personaggi. Opere come la Pietà di Palazzo Ducale (ca. 1470) e la Trasfigurazione di Capodimonte dimostrano l’interesse per la rappresentazione del dolore e della luce come elemento spirituale.
Cruciale per la sua maturazione è l’incontro con Antonello da Messina, presente a Venezia intorno al 1475. Antonello introduce la tecnica dell’olio fiammingo, assimilata da Bellini, contribuendo a rivoluzionare la pittura veneziana. Da quel momento, Giovanni elabora un linguaggio più naturale, luminoso e armonico, centrato sull’equilibrio tra figura e paesaggio. Intrattiene relazioni artistiche con protagonisti fondamenti del suo tempo: Andrea Mantegna, suo cognato, e Albrecht Dürer, che incontra durante il suo soggiorno veneziano, manifestandogli grande ammirazione.
Nel 1483 Giovanni viene nominato Pittore Ufficiale della Serenissima e riceve numerose commissioni religiose e civili. Tra queste si annovera la Pala di San Giobbe, che segna il culmine della sua ricerca sulla luce e sullo spazio architettonico. Opere come la Madonna col Bambino tra i santi o la Sacra Conversazionemostrano un lirismo nuovo, fatto di silenzio, morbidezza e unità compositiva.
Tra il 1505 e il 1516 Bellini è incaricato dal Consiglio dei Dieci di dipingere tre grandi tele per la Sala del Maggior Consiglio. Per l’età avanzata, è affiancato da Vittore Carpaccio, Vittore Belliniano e un Girolamo, forse Girolamo da Santacroce.
Della sua vita privata si sa poco. Giovanni sposa Ginevra Bocheta, da cui ha un figlio, Alvise, entrambi scomparsi prima della fine del XV secolo.
La notizia della morte di Giovanni, avvenuta il 26 novembre 1516, viene fornita dal cronista Marin Sanudo che la commenta: «cussì vechio come l’era, dipenzeva per excellentia».
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