La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche istituzioni culturali italiane. Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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Fondazione Querini Stampalia
Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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In concomitanza con l’apertura della 61. Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale di Venezia, inaugura alla Fondazione Querini Stampalia un’importante mostra di Ding Yi, uno degli artisti più significativi dell’astrattismo cinese. A cura di Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera, la mostra traccia l’evoluzione del linguaggio di Ding Yi, riunendo opere storiche e nuove insieme a una serie di stele in pietra che infondono al luogo la riflessiva ritualità di antichi siti cinesi. Il titolo Cosmotechnics è ispirato a un concetto del filosofo Yuk Hui, e l’allestimento trasforma l’Area Scarpa in una foresta contemplativa di immagini: le opere agiscono come un codice planetario e tra di esse si snoda un percorso sinuoso che ricorda i giardini tradizionali cinesi.
In una deliberata presa di distanza dall’eccesso ideologico della pittura post-Rivoluzione Culturale, nel 1988 Ding Yi avviò la serie Appearance of Crosses. In un momento in cui l’arte contemporanea cinese era dominata dal neoespressionismo e dal Political Pop, Ding Yi si concentrò sulla griglia, intesa non come un dispositivo neutrale del modernismo occidentale, ma come struttura di significato aperta, relazionale e generativa. Nel corso dei decenni il suo sistema si è evoluto verso esplorazioni cromatiche, tele fluorescenti che catturano la fantasmagoria urbana di Shanghai (città dove Ding Yi vive e lavora) e, infine, rilievi scultorei che introducono ombre e tattilità e culminano in progetti in cui la griglia è letteralmente attraversata dai visitatori.
In Cosmotechnics, Ding Yi porta questa ricerca alla sua forma più essenziale: dodici dipinti in bianco e nero disposti come una costellazione. Questi pannelli sono dei dipinti ma anche delle stele contemporanee, capaci di creare un ambiente meditativo che invita il visitatore a muoversi lentamente e ad avvicinare ogni opera da prospettive diverse. Il bianco e nero segna un passaggio cruciale nella pratica di Ding Yi: dopo oltre un decennio dedicato al colore fluorescente, l’artista ha adottato il monocromo per distaccarsi dal frastuono della società e aprirsi a temi più ampi, come il tempo, lo spazio e la percezione. Accanto a questo, Cosmotechnics presenta anche sette opere prodotte tra gli anni Ottanta e gli anni Venti del Duemila. Nel loro insieme, queste opere ripercorrono la traiettoria di Ding Yi dalla rigorosa austerità della fine degli anni Ottanta fino a una pratica cosmotecnica pienamente sviluppata, in cui pittura, scultura e architettura si compenetrano.
Questi pannelli sono accompagnati da due stele in pietra, incise o realizzate a rilievo, scolpite con il motivo caratteristico di Ding Yi, Appearance of Crosses. Queste forme commemorative, insieme minimali e monumentali, situano i dipinti in una dimensione temporale più profonda e, richiamando la celebre Foresta di Stele di Beilin, in Cina, e siti antichi come Stonehenge, invitano a riflettere su memoria, continuità e orientamento cosmico. Questi pannelli stimolano inoltre il pubblico a vivere il tempo come simultaneità, come incontro con la storia, ma anche con il futuro: dalle tradizioni classiche dell’inchiostro cinese e dai ricordi della Shanghai industriale, fino alle anticipazioni sul ruolo della tecnologia nel nostro avvenire.
I curatori, Alfredo Cramerotti e Auronda Scalera, dichiarano: “Cosmotecnica di Ding Yi trova un perfetto contraltare nell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia: un equilibrato strumento modernista progettato per convivere con l’instabilità di Venezia anziché negarla. Scarpa misura l’acqua, la soglia e il passaggio con lo stesso rigore applicato da Ding Yi al campo pittorico. La nuova serie monocroma è una decisione strutturale, come un registro che elimina il rumore percettivo e rende leggibili intervallo e proporzione. In dialogo con Scarpa, Ding Yi delinea una logica costruttiva in cui pittura, scultura e architettura convergono e formano una grammatica delle soglie, in sintonia con una città in cui l’equilibrio deve essere sempre negoziato.”
Cristiana Collu, Direttrice della Fondazione Querini Stampalia, afferma: “Quando Carlo Scarpa diceva di voler ‘ritagliare l’azzurro del cielo’, intendeva rendere immediatamente percepibile il campo visivo, trasformando un elemento cosmico in un’esperienza corporea attraverso un processo architettonico; si esprimeva poeticamente, certo, ma anche in termini molto concreti. Le opere di Ding Yi seguono lo stesso principio. Stelle ed elementi cosmici, che risaltino nell’oscurità oppure siano indistinguibili di giorno, sono sempre presenti: solo una tecnica, un’arte e un’intuizione straordinarie li rendono sempre visibili. Condividono una sintassi architettonica, una sorta di configurazione di punti che sostiene un ordine latente, non immediatamente decifrabile, ma percepibile tra la meraviglia e il mistero.”
Ding Yi dichiara: “Sono onorato di presentare una serie di nuove opere al pubblico italiano ed europeo alla Fondazione Querini Stampalia durante la Biennale di Venezia. I nuovi dipinti in bianco e nero e le stele in pietra rivelano il vuoto macrocosmico che è interno all’universo di Appearance of Crosses. Dodici dipinti su legno di tiglio americano di dimensioni identiche sono disposti come una costellazione, trasformando lo spazio espositivo in un vuoto solenne che invita il pubblico che attraversa la mostra alla contemplazione. Per contro, le due stele in pietra incise a rilievo instaurano un dialogo materiale e formale con le incisioni e le pennellate sui pannelli lignei, facendo risaltare l’interazione tra pittura e scultura. Solide, immobili e silenziose, queste immagini di stele non sono reliquie: radicate in una pratica compiutamente contemporanea, esse rispondono alle strutture visive e alle misure temporali della storia della civiltà.”
In un’epoca in cui gli algoritmi e i sistemi globali rischiano di annullare le specificità culturali, il lavoro di Ding Yi propone un diverso tipo di codice: lento, relazionale e incarnato. Questa mostra ci suggerisce come potremmo vivere insieme in un mondo attraversato da crisi sempre più precipitose: prestando attenzione, lasciando spazio alle differenze e ascoltando – nel profondo – le tonalità minori.
Pubblicato da Skira, il volume che accompagna la mostra è pensato come un oggetto critico a sé stante: un libro che rispecchia la logica della mostra, fatta di costellazioni e incontri misurati. Riunendo testi appositamente commissionati, un serrato dialogo curatoriale e un ampio corpus di immagini (tra cui l’allestimento completo nell’Area Scarpa della Fondazione Querini Stampalia e una selezione documentata di opere dagli anni Ottanta agli anni Venti del Duemila), la pubblicazione illustra come struttura, intervallo e reciprocità spaziale riformulino la pratica di Ding Yi attraverso la sua svolta monocroma. Le didascalie rigorose, la cronologia dell’artista e le note di produzione permettono un agevole primo approccio, ma offrono anche un solido riferimento accademico, riuscendo ad articolare l’affinità tra il segno di Ding Yi e la precisione di Scarpa – due pratiche che trasformano i vincoli in equilibrio.
Cosmotecnica: Ding Yi come codice planetario è presentata dalla Fondazione Querini Stampalia con il sostegno di Lisson Gallery e ShanghART Gallery.
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