La Fondazione Querini Stampalia è tra le più antiche istituzioni culturali italiane. Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
Fondazione Querini Stampalia
Il nuovo sito è in costruzione
Dal 1869 promuoviamo “il culto dei buoni studi, e delle utili discipline”, con lo sguardo curioso e la passione per il futuro.
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Pellestrina è la protagonista della mostra Pellestrina isola sottile, promossa dalla Fondazione Querini Stampalia e dalla Galleria 200C. Un lembo di terra e sabbia che unisce e separa il paesaggio lagunare e che, attraverso le fotografie di Anton Giulio Onofri diventa occasione per mettere in relazione luoghi diversi della città. L’isola qui si rivela attraverso la luce, i colori, il silenzio che ne accompagnano il ritmo, restituendo al paesaggio la sua dimensione più essenziale.
La mostra è prorogata fino al 6 novembre compreso. L’ingresso è libero in entrambe le sedi.
La mostra Pellestrina isola sottile, un progetto a cura di Cristiana Collu e Olga Strada, si sviluppa tra la Fondazione Querini Stampalia, con cinque immagini realizzate dal fotografo durante la stagione invernale, e la Galleria 200C alla Giudecca, dove il racconto prosegue attraverso gli scatti dell’estate. A unire e ampliare questo percorso visivo è il testo di Giovanni Montanaro, scritto per l’occasione, che accompagna le immagini e contribuisce a restituire, attraverso la parola, la complessità e la natura mutevole dell’isola.
D’inverno Pellestrina, nelle fotografie alla Fondazione Querini Stampalia, sembra restringersi fino a diventare un osso sottile proteso verso il mare. Se la si raggiunge dal Lido si procede per sottrazione: le case, le attività, le strade e le presenze umane si diradano progressivamente, il rumore si attenua e, verso Ca’ Roman, il paesaggio sembra restituire spazio alla vegetazione, agli animali, al vento. È un’isola raccolta, quasi sospesa, nella quale il mare diventa il punto verso cui tendere e la natura appare più vicina e solitaria.
D’estate, attraverso gli scatti esposti alla Galleria 200C alla Giudecca, emerge come un piccolo mondo in movimento. I colori delle case improvvisamente più vividi , i campanili, le barche all’ormeggio, le voci, i gesti quotidiani. L’isola si apre al brusio lento dei pomeriggi, ai profumi della laguna e a quella dimensione collettiva che l’inverno aveva nascosto. Ma anche qui, dietro l’allegria e il colore, rimane il segno dell’acqua che può portare distruzione, la presenza dei Murazzi che la riparano, la consapevolezza di un territorio continuamente esposto e da proteggere.
È questo passaggio, dalla rarefazione invernale alla vitalità estiva, a restituire Pellestrina nella sua interezza: non due isole diverse, ma due possibilità dello stesso luogo. Onofri le attraversa entrambe, lasciando che siano le atmosfere, il respiro dell’isola a modificare il paesaggio, senza mai cancellarne la natura più profonda.
Lo sguardo su Pellestrina riattiva una memoria che il fotografo ha già in precedenza attraversato: il progetto dialoga infatti idealmente con Roma città chiusa, il lavoro realizzato durante l’emergenza Covid, quando Onofri si era spinto fino al mare di Ostia per registrare la sospensione surreale di un mondo improvvisamente svuotato.
A Pellestrina quella esperienza ritorna in una forma diversa. Non è più lo stato di eccezione della pandemia, ma la possibilità di ritrovare, dentro la normalità di un’isola, un tempo sottratto al tempo: un ritmo più lento, elementare, quasi biologico, nel quale lo sguardo può finalmente fermarsi e sentirsi parte del paesaggio. Ed è soprattutto nella dimensione invernale che questa condizione emerge con maggiore forza. Quando la nostra presenza si ritrae, anche ciò che abitualmente rimane ai margini torna visibile. La flora e la fauna sembrano riappropriarsi degli spazi che abbiamo colonizzato; il paesaggio appare per un momento sottratto alla nostra misura.
Questa apparente armonia porta con sé una consapevolezza più inquieta: quella della fragilità dell’equilibrio tra uomo e natura e della nostra difficoltà a riconoscere il limite.
In questo lembo mobile di Venezia, la fotografia diventa così uno spazio di ascolto. Onofri registra ciò che accade quando la nostra presenza arretra, lasciando emergere una realtà che normalmente attraversiamo senza vedere.
Le immagini non hanno urgenza, custodiscono invece una tensione profonda. Parlano della vulnerabilità di Pellestrina e, attraverso di essa, dell’arcipelago.
L’isola diventa una lente attraverso cui guardare Venezia: una città costruita su un equilibrio fragile tra terra e acqua, natura e intervento umano, permanenza e trasformazione. E le fotografie di Onofri restituiscono a questo paesaggio una dimensione insieme intima e collettiva. Ogni immagine sembra accordare lo sguardo a una frequenza più lenta, invitando a essere presenti, a riconoscere ciò che cambia e ciò che permane.
Pellestrina, la Giudecca in cui trova spazio una parte di questa mostra fotografica, Castello il sestiere dove ha sede la Fondazione, diventano così parti di uno stesso percorso, sono geografie culturali attraverso cui sperimentare nuove forme di presenza, confronto e partecipazione.
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